Storie

Tuesday, October 31, 2006

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E' stato pubblicato da "Pellegrini Editore" in Cosenza il romanzo "Il Dono di Cerissa" di Egidio Scarpelli e Diego Lila Crespi. L'opera è in vendita nelle librerie al prezzo di 15 euro.
Il libro narra delle passioni, degli amori e delle straordinarie avventure di un uomo e di una donna.Narra la storia di Stefano Traiani e di Cerissa, sua moglie, portatrice del "dono". Parlando di Cerissa capita, anche, di parlare dell'eroina, dalla quale ebbe il nome e i poteri, l'intrepida condottiera dei montanari bruzi nella guera vittoriosa per la libertà contro gli invasori al comando di Alessandro il Molosso Re d'Epiro.

Wednesday, October 11, 2006

Un libro: "Il Dono di Cerissa" - Pellegrini Editore

Egidio Scarpelli
Diego Lila Crespi




IL DONO DI CERISSA




romanzo


Gli Autori ai Lettori


Quest’opera è frutto della fantasia degli autori.
Ogni riferimento a fatti, persone defunte o ancora viventi, circostanze, tempi e luoghi, è casuale.
Il libro, dalle forti tinte, che intreccia leggenda e storia, ambientalismo e avventura, amori e passioni violente, morte e vendetta, corruzione e giustizia, mafia ed emigrazione, sconfitta e riscatto, disperazione e follia, narra della leggenda di Cerissa e del dono di Lei.
Narra, anche, degli amori e delle avventure di Stefano Traiani, del suo amore per la giustizia e la libertà, della guerra senza quartiere da Lui combattuta contro la mafia americana.
Il romanzo, per i suoi contenuti, è opportuno sia letto da adulti capaci di sopportare forti emozioni.
Si sconsiglia la lettura ai benpensanti, agli ecclesiastici non illuminati, ai poveri di spirito, agli incapaci di sognare, a magistrati, politici e burocrati corrotti.

E.S.
D.L.C.




Prefazione

Questa è la storia delle passioni, degli amori e delle straordinarie avventure di un uomo e di una donna.
E' la storia di Stefano Traiani e di Cerissa, sua moglie, portatrice del dono.
Stefano morì, nel 1921, a New York, per mano assassina, dopo aver consumato feroce vendetta per la morte di due suoi figli trucidati dalla mafia.
Lo stesso anno, nello stesso giorno, alla stessa ora, nella casa al Poggio delle Ginestre, avendo Lei così voluto, morì anche Cerissa.
Raccontando di Lui, capita di parlare dei suoi avi e discendenti, e di altre persone, di diversi Paesi, con le quali ebbe rapporti, in varie epoche, in diverse avventure, nella perenne lotta per la supremazia del bene contro il male.
Raccontando di Lei, capita, anche, di parlare della leggenda dell’eroina Cerissa, intrepida condottiera dei montanari bruzi nella guerra per la libertà contro gli invasori al comando di Alessandro il Molosso, re d’Epiro.
Molte delle cose qui narrate fanno riferimento a miti e leggende, altre a fatti storici, altre, ancora, sono state ricostruite sulla scorta di lettere ingiallite dal tempo, d'oggetti e cose strane, (una zampa di coniglio, strisce di cuoio intrecciate con fili di lana colorata, un antico pugnale di bronzo), di vecchie foto dell'America d'inizio "900, di documenti ancora conservati nel solaio di casa Traiani.


I
Gioventù e morte
Sulle lapidi, due foto sbiadite dal tempo.
Stefano Traiani, baffi spioventi, sguardo sorridente, aspetto fiero e impudente, incute rispetto e curiosità per quell'aria un po' scanzonata, un po' misteriosa.
Cerissa, sua moglie, tratti alteri, di chiara ascendenza bruzia, è vestita di nero, i capelli raccolti a crocchia sulla nuca, lo sguardo penetrante, magnetico, dolce e velato da una malinconia struggente.
La loro vita è stata ricca di storie incredibili, di gioie e di lutti, d'avventure straordinarie.
Un po' più in là, un loculo sommerso di fiori, tante rose rosse e moltissimi, azzurri gigli selvatici e bianchi fiori di magnolia, e margherite gialle.
E' la sepoltura di un giovane.
Stefano Eagle Traiani era il suo nome, Stefano Traiani era suo trisavolo.
Stefano Eagle Traiani, nelle cui vene scorreva sangue indiano, era nato 23 anni prima in Canada.
Era venuto in Italia, malgrado la malattia, per conoscere, prima di morire, la terra d’origine del ramo paterno della sua famiglia.
Stefano Eagle Traiani, una giovane vita spezzata da un mostro crudele che s'aggira, rapace e insaziabile, in ogni ora del giorno e della notte, ovunque nel mondo.
Ad ogni latitudine, nelle piccole città, nelle caotiche metropoli, nei ghetti e nei salotti buoni d'ogni Paese, miete le sue vittime con ingordigia inesausta, non ha preferenze, non discrimina.
Non contano l'età, la religione, la razza, il sesso, la nazionalità.
Non dà importanza alla posizione sociale, alle ideologie politiche, alle professioni, non discrimina fra gay ed eterosessuali, fra tossici e No.
Colpisce chiunque gli capiti a tiro.
Si traveste, cambia sembianze con disinvoltura: coniuge o amante occasionale, compagno di scuola, collega di lavoro, partner accettato o stupratore, in ogni luogo ed occasione aspetta di inoculare il suo veleno.
E poi non c'è scampo.
A Stefano Eagle Traiani, il giovane sepolto sotto una montagna di fiori vicino la tomba del trisavolo, il mostro s'è presentato, all'alba di un giorno d'Aprile, con un breve messaggio, dopo una notte d'amore: “Benvenuto nel mondo dei morti viventi! Sono sieropositiva”.
Queste le parole d'addio della giovane donna, incontrata in pizzeria, a New York, dove Stefano era in vacanza-premio per la laurea appena conseguita.
Poi il viaggio, per morire nella terra dove, nel 1861 era nato Stefano Traiani, nonno di suo nonno che, tanto tempo prima, era stato, anche lui, in America e che, proprio a New York, aveva trovato la morte nel 1921.

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Tuesday, October 10, 2006

Vorrei un mondo più giusto

Da bambino, Tom era stato abituato alla vita nei boschi, alla lotta a mani nude, all'uso delle armi, da taglio e da sparo, alla lettura delle tracce umane e animali, affinando l'istinto del padre nel presagire il pericolo.
Importante era stata, nella sua formazione, la filosofia di vita trasmessagli dal nonno materno, Occhio d'Aquila.
Tom amava, come suo nonno e suo padre, la natura e le sue creature, e l'acqua dei fiumi e dei luccicanti laghi incastonati, come splendidi diamanti, fra boschi d'acero e pinete impenetrabili.
Nuotava, nudo, nell'acque gelide dei laghi montani e poi, a lungo, remava con l'unica, larga pagaia, a bordo della leggera canoa che lo riportava alla riva.
Ma, quest'amore smisurato per il creato, e il rispetto per gli equilibri inviolabili della natura, non impedivano a Tom di esercitare la caccia.
Quella stessa filosofia, comune a tutti gli indiani, che il Sackem degli Uroni, suo nonno, gli aveva illustrato tante volte, per Tom implicava, certo, il rispetto per gli animali e il divieto di inutili uccisioni per puro divertimento, ma legittimava anche l'esercizio della caccia per il rifornimento di pelli e tendini, e di carne fresca per la propria tribù.
Per Tom, però, la caccia non significava licenza d'uccidere, sempre, comunque.
Non significava violenza per l'ambiente e prelievo indiscriminato delle sue risorse.
Non significava violare le leggi, non scritte, che impongono di rispettare il delicato rapporto fra il territorio, le sue creature, sia animali che vegetali, e l'uomo.
Tom era convinto che l'uomo del XX secolo fosse già in rotta di collisione con la natura.
Aveva visto, nel corso dei viaggi che spesso affrontava per partecipare ai seminari in diverse Università americane e canadesi, i mari occidentali e orientali, aveva visitato le grandi città e i loro porti inquinati e inquinanti, che si affacciano sugli oceani e li sporcano, e aveva navigato i grandi laghi e gli immensi fiumi, aveva percorso le foreste millenarie e le grandi praterie, e tutto gli era sembrato, sempre più, ferito dalla presenza fagocitante e violenta dell'uomo.
Tom parlava di questo con Occhio d'Aquila, e il vecchio indiano ascoltava, con gli occhi chiusi, le paure del giovane nipote, mezzo indiano e mezzo bianco ma, interamente, permeato dell'antica filosofia indiana secondo la quale la terra è di tutti e di nessuno.
E nessuno può possederla per sottrarne l'uso ad altri.
Nessuno può mutarne la fisionomia e violare le sacre leggi, antiche, che impongono rispetto per ciò che deve essere conservato per le generazioni future.
“Tempo verrà e l'uomo bianco cagionerà la sua rovina. Vedo nebbia e fumi, fiamme e rovine sulla terra.
Grandi sventure colpiranno le genti, in ogni angolo del mondo, e il Grande Spirito seppellirà l'arroganza e la violenza della genia umana sotto una coltre d'oblio”.
Così parlava Occhio d'Aquila.
Tom ascoltava.
Poi, Occhio d'Aquila taceva, sembrava in trance.
All'improvviso, si rianimava, gli occhi aperti a scrutare l'orizzonte, tracciava per terra, senza guardare, con la punta del coltello da caccia, strani segni e figure stilizzate.
A Tom, che ne chiedeva il significato, rispondeva di avere ascoltato e scritto il grido di dolore del Grande Spirito per la sorte degli uomini rossi e per la terra offesa.
Tom aveva compendiato questi pensieri, inserendo proprie riflessioni poetiche, nella lettera che aveva scritto alla madre, Raggio di Luna, nel 1911, da Ottawa.
……………. Lunghe, scheletrite dita legnose,implorano.
Muoiono l'erbe in terra offesa.
Nell'ovattato, nebbioso fondovalle perlaceo,
frana dal monte la terra.
Le mani scarnite d'assonnati alberi,
ammantati di verno,
urlano al Grande Spirito parole di sdegno.
Nervose, bianche, scoperte radici
tentano, su fragili zolle,
strenua, inutile, disperata presa.
Frana la terra, cede i sassi, leggera scivola via.
Non lega più il sussurrante verde.
E cede la fragile erba alla violenza dell'uomo bianco,
crudele tiranno.
S'inchina, vinta, al sibilo del vento dell'Est.
Rivoli di rossastra acqua petrosa, scavano varchi,
scorrono liberi, dilavano, mordono, frantumano.
Impetuosi, precipitano a valle,
di mare vogliosi.
Crescono.
Torrente violento avvolve, sommerge, dilaga.
Luridi, opachi mari,
sporchi di lucida follia,
muoiono.
Mare violato, pattume corrotto, muto,
buio di orrido nero,
d'argentinei guizzi deserto,
e senz'ori, e rossi, e gialli e azzurri,
sarà bara dei sogni.
Putrida, maleolente cloaca,
schiumosa, triste,
terribile agonia del bello.
Cielo pietoso, perdona, non potrai specchiarti,
mai più, in magiche, chiare, verdi acque lucenti.
E quando, in aria greve e senza vento,
giallobruciata, leggera scenderà l'ultima foglia,
quando l'ultimo, scheletrito albero triste,
di rochi respiri annerito cadrà,
quando sparirà dell'erbe il verde incanto,
allora capiremo, e sarà tardi.
Quando, in muto cielo magiche ali, leggere, più non saranno,
allora, il gelo delle cose dell'uomo,
il freddo cemento di case,
tristi prigioni dell'umanità,
ogni luce spegneranno.
Marcio è il legno che la vela innalza
di fragile, estrema, inutile speranza.
Immerge la prua,
rolla, beccheggia, risorge
e poi,
s'inabissa, infine.
Vedremo mai più albe dorate?
Orfani del bello e del divino, basta grideremo,
e sarà tardi.